La felicità è un sistema complesso

la-felicita-e-un-sistema-complesso-posterdal 27 al 30 novembre: La felicità è un sistema complesso

Spettacolo unico ore 21,15 – domenica anche re 17 e 19,15

Un film di Gianni Zanasi. Con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Paolo Briguglia, Teco Celio. – Italia 2015.

Enrico Giusti (Valerio Mastandrea) avvicina per lavoro dei dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono. Lui li frequenta, diventa loro amico e infine li convince ad andarsene evitando così il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro.

È il lavoro più strano e utile che potesse inventarsi e non sbaglia un colpo, mai.

Ma una mattina un’auto cade in un lago e tutto cambia. Filippo e Camilla, due fratelli di 18 e 13 anni, rimangono orfani di un’importante coppia di imprenditori. Enrico viene chiamato col compito di impedire che due adolescenti possano diventare i dirigenti di un gruppo industriale d’importanza nazionale. Dovrebbe essere il caso più facile, il coronamento di una carriera, ma tutto si complica e l’arrivo inatteso della fidanzata straniera di suo fratello rende le cose ancora più difficili. In realtà sarà il caso che Enrico aspettava da tanto tempo, quello che cambierà tutto, per sempre.

Note di regia La felicità è un sistema complesso

Quando lavoro all’idea iniziale di un film a volte, se sono fortunato, mi lascio prendere da immagini casuali che improvvisamente mi colpiscono suggerendomi un’atmosfera, a volte anche la parte di una trama. Allora mi concentro prima sulle immagini e dopo sui temi e i concetti che possono portare.

Per LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO l’immagine iniziale è arrivata da una foto di moda. C’era questo ragazzo, giovanissimo, vestito in un completo troppo elegante per lui. Aveva un’espressione seria, quasi triste. Come se ce l’avessero costretto. Ho sentito un contrasto drammatico, qualcosa di dolente, e l’ho immaginato salire su un’auto blu circondato da adulti in completo scuro che lo guardavano come se si stessero aspettando tutto da lui. L’immagine l’ho sentita immediatamente avvolta dalla presenza silenziosa di un lutto e di una responsabilità enorme, non voluta, che poteva toccare addirittura una dimensione collettiva. La sorella è venuta subito dopo, di contrasto, con la leggerezza di un costume da danza sulle note di un notturno di Chopin, accompagnata da un senso di innocenza così dolce da essere quasi spietato.

Due fratelli giovanissimi, improvvisamente soli e indifesi ma anche investiti di un potere enorme e sproporzionato di cui diventano consapevoli, che non potevano far altro che farsi delle domande. Dove sarebbero andati? Cosa ne avrebbero fatto, non solo della loro vita, ma anche di tutte quelle che da adesso in poi sarebbero dipese in un qualche modo da loro? A chi avrebbero potuto chiedere almeno un consiglio? Due adolescenti che possono tutto.

E qui è arrivato Enrico Giusti, il protagonista. Sarebbe stato interessante a questo punto sentire le sue risposte, quelle di un quarantenne, anche lui vestito in un completo scuro, con luci diverse sul viso e una doppiezza silenziosa dentro. In una parola: un adulto.

Anche a Enrico non piace il suo vestito, ma – a differenza del ragazzo – lui deve fingere il contrario. Perché Enrico è in un zona della vita in cui le domande da sole non bastano, occorrono anche delle risposte. È un’età dura, quella in cui, se vuoi, puoi davvero cercare di cambiare qualcosa, anche se questo significherebbe sporcarsi le mani… E quanto costa questo ‘sporcarsi’?

A differenza dei ragazzi, il nostro protagonista ha un passato che, come per molti, è un po’ irrisolto. Ha un fratello più piccolo che ha dovuto crescere da solo come meglio ha potuto, il quale ora per vigliaccheria gli lascia in casa, come un pacco, una fidanzata straniera – innamorata e ferita dal veleno di una bugia assurda – che lui non riesce a lasciare in modo decente. Tutto questo Enrico se lo porta dentro, mentre intanto si dedica al suo lavoro, appassionante ma totalmente contorto, come la sua vita.

Questi personaggi, Enrico, la ragazza straniera e i giovani eredi Filippo e Camilla, sono diventati allora destini che si avvicinavano, spinti da una forza ineluttabile. Per Enrico quella di confrontarsi con una cosa per lui molto importante, per capire ora, da adulto, come e quando l’avesse perduta: l’Innocenza.

Sentivo che era un film che non parlava tanto di ‘massimi sistemi’ ma di qualcosa di preciso e tangibile che ho avvertito e respirato come una nota di fondo in questi ultimi anni dentro e intorno a me: la fatica del cambiamento, sia dal punto di vista collettivo che da quello personale, e di come questi piani siano intrecciati. La felicità è un sistema complesso, appunto.

Il film fondamentalmente parla di quanto sia necessario, indispensabile e allo stesso tempo ambiguo, cambiare. Di come basti poco per diventare più grande e di come basti altrettanto poco per diventare un vecchio, e non soltanto in senso anagrafico, che è la cosa peggiore che possa capitare. Insomma, un film sul cercare di crescere.

Per evitare che la storia diventasse retorica, mi sono forzato a raccontarla da dentro i personaggi, dall’interno dei loro sentimenti complessi e sempre in movimento. Per me i personaggi, come le persone vere nella vita, sono interessanti quando cercano qualcosa e lo fanno in modo non del tutto coerente, sorprendendo se stessi per primi.

Questo ha dettato alla fine lo stile e il tono del film, in tutte le sue fasi: scrittura, preparazione, riprese e montaggio. Perché per me un film, oltre la storia che racconta, è ancora di più il modo in cui viene raccontata. Se ascolti “Yesterday” dei Beatles ti fa ancora sognare. Ma se l’ascolti dentro un ascensore di un albergo nella versione filodiffusione (stesse note, armonia e melodia), ti fa chiedere: cosa ci faccio qui, dentro questo ascensore..?!

Ecco, io vado al cinema perché non mi voglio chiedere che cosa ci sto facendo lì dentro. Anzi ad essere sincero vado al cinema perché voglio che un film mi prenda e mi porti altrove, un altrove che mi riguarda. E mi piace uscire dal cinema e guardarmi intorno come un astronauta atterrato su un pianeta sconosciuto. E chi dirà che c’è troppa musica, pazienza. Come regista un mio sogno è una platea che si alza e si mette a ballare tutta insieme mentre continua a guardare il film.