FRANTZ di François Ozon – da venerdì 14 ottobre

  • venerdì 14 ottobre ore 21:15 (per under 30 4 euro) FRANTZ
  • sabato 15 ottobre ore 18:30 e 21:15 FRANTZ
  • domenica 16 ottobre ore 18:30 e 21:15 FRANTZ
  • lunedì 17 ottobre ore 21:15 (per tutti 4 euro) FRANTZ
  • da venerdì 21 ottobre PIUMA

FRANTZ

un film di François Ozon

Un film di François Ozon. Con Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Johann von Bülow, b/n durata 113 min.

Al termine della Prima guerra mondiale, in una cittadina tedesca, Anna si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte in Francia. Un giorno incontra Adrien, un giovane francese anche lui andato a raccogliersi sulla tomba dell’amico tedesco La presenza dello straniero nella cittadina tedesca susciterà reazioni sociali molto forti e sentimenti estremi.

Colloquio con François Ozon. Da cosa nasce l’idea di realizzare Frantz?

In un’epoca ossessionata dalla verità e dalla trasparenza, desideravo da tempo fare un film sulla menzogna. Come allievo e ammiratore di Eric Rohmer, ho sempre trovato le bugie molto eccitanti da raccontare e da filmare. Riflettevo proprio su questo quando un amico mi ha parlato di uno spettacolo teatrale di Maurice Rostand, scritto subito dopo la Prima guerra mondiale. Facendo delle ricerche, ho poi scoperto che lo spettacolo era già stato adattato per il cinema da Lubitsch nel 1931 con il titolo Broken Lullaby. La mia prima reazione è stata quella di lasciare perdere. Come potevo competere con Lubitsch?!

Cosa le ha fatto cambiare idea?

Vedere il film di Lubitsch mi ha rassicurato, perché è molto simile allo spettacolo teatrale e adotta lo stesso punto di vista, quello del giovane francese. Il mio desiderio invece era di adottare il punto di vista della ragazza che, così come lo spettatore, non sa perché quel giovane francese si reca sulla tomba del suo fidanzato. A teatro e nel film di Lubitsch conosciamo fin dall’inizio il suo segreto, dopo una lunga confessione col prete. Alla fine, più del senso di colpa, ciò che mi interessava era la menzogna

Il film di Lubitsch è magnifico, da rivedere nel contesto pacifista e idealista del dopo guerra. Ho tenuto infatti alcune scene che ha creato adattando lo spettacolo teatrale. È il suo film meno conosciuto, il suo unico film drammatico, e anche il suo fallimento più grande. La sua messinscena è impeccabile come sempre e piena di inventiva ma allo stesso tempo, è il film di un cineasta americano, di origine tedesca, che non sa che una seconda guerra mondiale si sta profilando all’orizzonte e che vuole fare un film ottimista, di riconciliazione. La guerra 14-18 era stato un tale massacro che tante voci politiche e artistiche, sia in Francia sia in Germania, si erano alzate per difendere l’ideale pacifista: “mai più”. Il mio punto di vista da francese che non ha conosciuto nessuna delle due guerre invece era per forza diverso.

Ritroviamo in FRANTZ molte tematiche a lei familiari il lutto di SOTTO LA SABBIA, il piacere ambiguo di raccontare storie in NELLA CASA, l’educazione sentimentale di una giovane donna come in GIOVANE E BELLA… ma contemporaneamente esplora molte cose nuove.

Inconsciamente, parecchie mie ossessioni sono presenti. Ma affrontarle in un’altra lingua con altri attori in luoghi altri, fuori dalla Francia, mi ha obbligato a rinnovarli e spero che prendano una nuova forza, una nuova dimensione. C’erano tante sfide eccitanti da raccogliere in questo film, non avevo mai girato un film in lingua tedesca, con scene di guerra, né ripreso una cittadina tedesca o Parigi in bianco e nero.

Una delle cose più importanti per me era raccontare questa storia dal punto di vista tedesco, dalla parte dei perdenti, di chi è umiliato dal trattato di Versailles e raccontare che questa Germania è anche il “terriccio” di un nazionalismo che nasce.

Come ha pensato la ricostruzione storica?

Molto diversamente da ANGEL, dove cercavo di ricostituire il mondo della ragazza così come lo sognava, per FRANTZ non avevo questa volontà di stilizzazione, al contrario bisognava essere ancorati ad un realismo forte. Quel periodo storico è ideale perché abbiamo accesso a molti documenti fotografici e cinematografici. Ma mi sono accorto presto che non avevo il budget necessario per una ricostruzione precisa come avrei voluto farla. Durante le ricerche delle location con Michel Barthelemy lo scenografo, trovavamo ambientazioni interessanti ma che necessitavano di interventi troppo cari. Un giorno, ho avuto l’idea di mettere in bianco e nero le foto delle nostre ricerche. Miracolosamente tutto funzionava alla perfezione e grazie al bianco e nero guadagnavamo paradossalmente in realismo e veridicità, poiché tutti i nostri riferimenti di quell’epoca erano in bianco e nero. è stata una scelta artistica e economica difficile da far accettare alla produzione, ma alla fine credo che il film ci guadagni tanto.

Come ha trovato Paula Beer?

Ho fatto un casting in Germania, ho incontrato molte giovane attrici. Appena ho visto Paula, ho pensato che avesse un’aria sbarazzina e allo stesso tempo molto malinconica. Era molto giovane, 20 anni, ma c’era maturità nella sua recitazione. Poteva incarnare sia l’innocenza di una giovane ragazza che la forza di una donna. La sua gamma interpretativa è molto ampia, riesce subito a immedesimarsi, ed è incredibilmente fotogenica.

E la scelta di Pierre Niney?

Avevo notato la sua vivacità e il suo charme lunare in J’aime regarder les filles. Lo avevo anche apprezzato a teatro, alla Comédie Française, e nella parte di Yves Saint Laurent. Pierre è un grande attore, capace di giocare su vari registri, specialmente la commedia di cui possiede naturalmente il ritmo, ma è anche a suo agio in uno stile più drammatico e tormentato, che era fondamentale per recitare la parte di Adrien.

Ha anche la qualità che pochi attori maschi hanno alla sua età, ossia quella di non aver paura di mettere in evidenza la sua parte femminile, la sua fragilità, i suoi difetti anche nella voce e nel modo di muoversi.

E la musica di Philippe Rombi?

All’inizio del film, c’è austerità sia nella messinscena che nell’utilizzo della musica, poco presente e discreta, che gioca su tensioni drammatiche. Poco a poco, prende forza il lato romantico, con la storia d’amore che nasce, le speranze di Anna, e poi le sue disillusioni. La musica segue il suo corso con rare boccate di romanticismo nello spirito dei compositori dell’epoca come Malher e Debussy.

E il nome Frantz che dà il titolo al film?

È venuto naturalmente, come una eco, che suona come “France”. In tedesco, il nome si scrive senza “t”, è un errore molto francese mettercela, e questo divertiva e affascinava i tedeschi, cosa che mi ha incoraggiato a non correggerla. Mi sono inventato che era il personaggio di Frantz ad avere aggiunto questa “t”, perché era un grande francofilo.

Colloquio con Paula Beer. Com’è andato l’incontro con François Ozon?

Ero in vacanza quando mi ha contattata la produzione. Tre giorni dopo, mi hanno mandato da leggere due scene e il giorno dopo facevo il provino. Non conoscevo la sceneggiatura ed era la mia prima audizione in francese. La situazione era quindi molto strana per me. Ma appena mi sono trovata di fronte a François, tutto è andato molto bene. Ci siamo subito intesi, abbiamo lavorato sulle due scene insieme e mi ha parlato della storia, di Anna, del film che voleva fare. Due settimane dopo ero a Parigi per un’audizione con Pierre Niney. E qualche giorno dopo, François mi ha chiamata per dirmi che aveva scelto me per la parte di Anna.

In che modo François Ozon dirige gli attori?

Ho scoperto un metodo di lavoro nuovissimo. Fin dall’inizio, François mi ha molto coinvolta nella preparazione. Ha chiesto il mio parere, quali fossero i miei sentimenti rispetto al personaggio e alla storia. Ha dimostrato molta fiducia in me e mi ha dato una grande libertà interpretativa. Non ne sono stata subito consapevole, ero un po’ turbata dal suo modo di “lasciarmi fare come mi pareva”. Ma molto presto, abbiamo trovato un modo di comunicare e in seguito il lavoro è diventato molto facile e soprattutto piacevole.

Le ha dato riferimenti ad altri film?

Ci ha chiesto di vedere Il nastro bianco di Haneke per farci immergere nel contesto molto duro e severo dell’epoca, e Splendore nell’erba di Kazan. Perché è una storia molto romantica. Questi due ragazzi che si amano sono magnifici, François voleva sicuramente ritrovare un po’ di quella giovinezza, di quell’amore passionale, di quell’atmosfera di desiderio, di quella tensione intralciata dal mondo esterno.